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In occasione di un Raduno ad Aosta Filippo, cioè il Ten.
Filippo Pavan Bernacchi (140°) si è scatenato e, al di
là del programma ufficiale, ha girato tutta la "Battisti"
fotografando in lungo ed in largo la nostra amata caserma.
L' unico che è riuscito a sfuggirgli è stato l'Ufficiale
di Picchetto, che ha trovato lungo più del solito per
via di questi due pazzi ( ovviamente l'altro ero io) che
venivano di volta in volta segnalati nei luoghi più' disparati
della caserma. Ne è venuto fuori un reportage che fissa
fedelmente quella vita, quelle abitudini e quei luoghi
che tutti ben ricordiamo.
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Una
Domenica bestiale
Era
da un po' che meditavo di tornare alla Scuola Militare
Alpina d'Aosta, dove ho frequentato il 140° Corso A.U.C.
(allievi ufficiali di complemento), ma ho sempre rimandato.
Dal 1990 ad oggi, a dire il vero, ho evitato accuratamente
la Valle d'Aosta; troppi ricordi dolorosi. Ma, come diceva
sempre mio padre, più passa il tempo e più si tendono
a ricordare solo le cose belle, mentre sfumano o scompaiono
quelle spiacevoli. All'epoca non ci credevo, ma ora so
che é vero. L'occasione si è presentata proprio navigando
sul sito di Marco, cioè il Tenente Marco di Pietro, "nonno"
del 115°. In bacheca, infatti, era menzionata la possibilità
di passare qualche giorno ad Aosta. Il programma ne prevedeva
ben tre, durante i quali era annunciata anche una marcia.
Tre giorni sono troppi, anche perché non ho trovato amici
che venissero con me, quindi ho contattato Marco e abbiamo
concordato di fare una fuga solo per la giornata di domenica..
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Sveglia alle 4.00, doccia barba e partenza. A Voghera
trovo Marco, e salgo in macchina con lui. Non c'eravamo
mai visti prima, ma siamo diventati subito amici. Parlando
il tempo è volato, e ci siamo trovati come d'incanto vicino
all'Arco d'Augusto. Lì il gruppo stava partendo, e ci
siamo accodati immediatamente. Che sensazione sublime
entrare al Castello Generale Cantore, dimora del generale
comandante in carica. Gli alpini all'ingresso scattano
sull'attenti, e un brivido mi percorre la schiena. Il
maniero, che risale al primo decennio del 1900, è posto
al centro di un bellissimo parco. Fa sorridere pensare
che il capitano Fino lo abbia acquistato negli anni trenta,
per conto dello Stato Maggiore, per 1.000.000 di lire
di allora. E' una splendida giornata di settembre, il
cielo è blu e il sole splende incontrastato.
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Metto
in testa il BANTAM e vado a salutare l'ideatore dell'iniziativa.
E' un signore maturo, alto e aristocratico, che sprizza
energia da ogni poro. E' un personaggio di cui, al giorno
d'oggi, si è perso lo stampo. Credo che non si sia ancora
reso conto di essere in pensione. Un capitano ci accoglie
e c'informa che il signor generale non sarà presente;
la figlia gli ha appena regalato un altro nipotino. L'ufficiale
ci comunica che sarà il nostro Cicerone, poi c'introduce
all'interno del Castello. E' come in una favola e mi sento
Cenerentola. Mai, da allievo, avevo osato pensare di poter
accedere a quei locali. Le stanze sono ampie e luminose,
spartane e sontuose al tempo stesso. Alle pareti un'infinità
di foto, documenti e riconoscimenti. Sotto delle teche
di cristallo, sono conservati i diari di tutti i corsi
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E' emozionante guardare il librone rilegato in pelle del
mio, anche se mi fa sentire un po' vecchio. L'attenzione
del capitano scema, e il gruppo si sparpaglia nelle varie
stanze. E' il momento propizio, io e Marco entriamo nell'atrio
dell'ufficio del generale, alias Luce 1, alias Dio. Lì ci
soffermiamo ad esaminare alcune vetrinette ricolme d'oggetti
di varia natura. Quasi tutti doni fatti da ufficiali stranieri
in visita. Appoggiata su uno scaffale trovo una chiave,
eureka, è la chiave dell'ufficio del generale. |
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Guardo Marco e lui guarda me. Non c'è bisogno di parlare.
Mentre il tenente Di Pietro fa da palo io entro furtivamente
e scatto una foto. Il tutto si svolge alla velocità della
luce, la paura mi fa muovere come Flash, mitico personaggio
dei fumetti. La visita continua con la palestra di roccia
e ghiaccio. Mentre sono lì, in gruppo, che ascolto il capitano
in drop, mi tornano in mente un'infinità di ricordi. Su
tutti prevale quello in cui un sabato mattina le mani si
ghiacciavano e il capitano Braga tirava sassi dall'alto
della parete verticale. Figlio di. |
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Ci
spostiamo quindi all'interno del Padiglione Fincato. Un
unico stanzone adibito a museo. Qui c'ero già stato da
allievo, ma solo per scaldarmi tra una via e l'altra della
palestra di roccia. Ho così potuto visitarlo ed esplorare
il suo contenuto con calma, come fosse la prima volta.
Nel museo sono disposti, senza molta logica, una gran
quantità d'oggetti. C'è un insieme di sculture lignee
che la Scuola aveva commissionato ad alcuni artigiani
della Val Gardena, per disporre di modelli tridimensionali
da utilizzare durante le lezioni teoriche.
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Ci sono sci di diverse epoche, perlopiù di legno, divise
e materiali, e altri ammennicoli vari come un set "copri-mulo".
Un'area intera è dedicata poi alla conquista dell'Everest,
che avvenne il 7 maggio del 1973 alle ore 13.15, Mentre
attendo che tutti escano dal Padiglione, ho l'occasione
di parlare ancora con il colonnello.. Apprendo così che
suo fratello è stato uno degli ufficiali istruttori del
mitico 1° Corso, mentre lui è approdato alla Scuola con
il grado di sottotenente l'anno successivo.Stiamo parlando
di quasi cinquant'anni fa! Ci siamo tutti, salutiamo, saliamo
in auto e ci dirigiamo verso la nostra "odiata" caserma. |
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Sono eccitato come quando da bambino mio padre mi accompagnava
al luna park. Marco mi guarda un po' perplesso, mentre sparo
cretinate e sorrido come un idiota. A sinistra della porta
carraia, una targa di marmo bianco indica: SCUOLA MILITARE
ALPINA CASERMA CESARE BATTISTI Il lampeggiante arancione
si accende e il cancello elettrico si apre. Entriamo in
macchina e parcheggiamo davanti alla palazzina AUC, proprio
dinanzi alle finestre di quella che una volta era la mia
camerata. |
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Una
marea d'emozioni, sensazioni e ricordi mi assalgono come
un branco di lupi affamati. Metto di nuovo in testa il
Bantam e mi avvio come un turista. Fuori della porta della
palazzina AUC ci sono degli allievi della seconda compagnia.
Sono molto gentili, ma spiegano e me e a Marco che non
possiamo entrare. Anche noi siamo molto gentili, ma andiamo
ugualmente a vedere le camerate, scortati da un impacciato
e preoccupato allievo di giornata.
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Entro
nella n° 8, che ha ospitato sia me che i miei due fratelli,
naturalmente in anni diversi. Gli armadietti sono più
moderni, quasi doppi rispetti a quelli che avevamo in
dotazione noi. Ai piedi del letto c'è un piccolo scrittoio
con una sedia, per permettere ad ognuno di studiare. E'
sparito però lo sgabellino a tre piedi. Ma sopra gli armadi
ci sono dei tiratissimi zaini alpini, delle panciute borse
valigia e dei perfetti zaini tattici. Sopra le brande
i cubi sono impeccabili e il pavimento, tirato a cera,
brilla di luce propria. Sì, per Dio, questa è la SMALP!
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Usciamo
e ci dirigiamo verso il piazzale alzabandiera. Lì, proprio
sotto il pennone con il tricolore, assistiamo ad una messa
da campo. La sfiga vuole che io me la spari tutta al sole!
Al termine della funzione, prima del rancio, ci viene
lasciato un po' di tempo. N'approfitto per scorrazzare
felice in ogni meandro e scattare un po' di foto. Il corpo
di guardia non è più davanti al cancello principale, ma
è stato spostato di fianco alla carraia. Mi reco nella
palazzina dove c'era il vecchio ufficio dell'ufficiale
di picchetto, e fotografo il busto di Cesare Battisti,
che fa bella mostra di se nell'atrio.
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Quante
ore sono stato con il FAL imbracciato a fare il piantone
di fianco a quel busto. Davanti alla palazzina della compagnia
comando e servizi trovo un AUC della seconda che mi prega
di non entrare. Ordini superiori. Ha le giberne, è dunque
di guardia. Per tutta risposta gli scatto un paio di foto.
L'SCBT non è più verde, bensì policroma. Questo conferisce
anche all'allievo medio-mongolo un'aria cazzuta. Le scritte
AUC non sono più tubolari da portare sulle spalle. Ce
n'è una soltanto ed è posta sopra lo sterno. Le pedule
hanno lasciato il posto a degli stivaletti da lancio,
modello paracadutisti, e sia il cinturone che le giberne
non sono più in cordura bensì in nailon, o qualcosa del
genere. Mi accorgo che c'è un nuovo accessorio, un foulard
verde da portare al collo. Il cappello alpino, stranamente,
è rimasto sempre lo stesso: nappina blu, penna nera e
aquila di plastica cucita sul davanti.
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E'
ora del rancio. Mi porto fuori della mensa dove un folto
gruppo di volontari in ferma permanente sta attendendo
di entrare. Cerco l'ufficiale di servizio, lo trovo, e
gli faccio dare un bell'attenti. Il pensiero corre a quando
in fila c'ero anche io. Per certi versi, quando ero alla
Scuola, mi sembrava sempre di essere in fila: colazione,
pranzo, cena, ritiro armi, riconsegna armi, spaccio, telefoni,
stipendio, docce, barbiere. Per fare qualsiasi cosa bisognava
mettersi in coda!
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Raggiungo
il gruppo m'infilo nella seconda mensa. Il rancio è lo
stesso servito agli AUC, e così mi ritrovo a mangiare
un riso colloso e una bistecca dura come la suola di un
vibram. Alla fine io e Marco ci defiliamo con una certa
abilità, prima che il colonnello Campana dia il via ai
cori. Visitiamo così le cucine, con quelle pentole enormi
così difficili da raschiare. Gli ambienti sono asettici,
come una sala operatoria, ma i cuochi sembrano appena
usciti da un pozzo nero.
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Uscendo
da una porta di sicurezza raggiungiamo il circolo ufficiali.
Entriamo. Non vi avevo mai messo piede prima, ed ho paura
di venire sbattuto fuori da un momento all'altro. Lì troviamo
il capitano che ci ha fatto da Cicerone al Castello, non
dice nulla, e noi lo prendiamo come un buon segno.
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Il
circolo è piccolo, ma molto bello e ben tenuto. Io e Di
Pietro ci prendiamo un caffè, ma immediatamente adocchiamo
le bottiglie offerte. E così ci beviamo un paio di grappe
alla faccia dei "bottigliati". Dopo poco veniamo raggiunti
dal gruppo, che ha finalmente finito di cantare. Li guardo
con aria assente, un po' perché sono in piena digestione,
un po' perché la grappa è in circolo.
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Usciamo
a prendere una boccata d'aria e troviamo l'ufficiale di
picchetto. Gli chiedo cortesemente di potergli fare una
foto, ma questi rifiuta sdegnato. E' convinto che la Beretta
che porta appesa al cinturone sia un segreto di Stato.
Coglie l'occasione per ricordarmi che sono all'interno
di una struttura militare, e che è vietato fotografare.
A stento non colgo l'occasione per mandarlo affanculo.
Mi trattengo solo perché li con me c'è Marco che mi guarda
dritto negli occhi, per impedirmi di fare cazzate. Mentre
il colonnello ed i suoi fedelissimi sono all'interno dello
spaccio truppa, per tenere la riunione annuale, io e Di
Pietro ce n'andiamo in infermeria. E' proprio come me
la ricordavo, pulita e profumata. All'uscita c'imbattiamo
nella pattuglia di guardia. Altre foto. E' significativo
vedere che aldilà delle nuove uniformi gli allievi imbracciano
ancora i FAL e comunicano con le RV2/11. Sono le due quando
decidiamo di andare. Io devo percorrere circa 400 chilometri
per arrivare a casa. Do un'ultima occhiata in giro, e
il cuore mi si gonfia. Faccio fatica a trattenere una
lacrima. Qui ho imparato da zero valori quali: Patria,
spirito di corpo, solidarietà, sacrificio, amicizia. Ho
capito, a mie spese, che la giustizia è una cosa effimera
e soggettiva. Qui ho imparato ad obbedire e a rispettare
delle severe norme. Qui sono sicuro di essermi trasformato
da ragazzo in uomo.
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