Assalto
di compagnia
La
strada forestale che da Masseria porta a malga Posch sale
con pendenza regolare sul versante rivolto a nord della
valle Lazzago. Da questa parte si è insediata una
bella foresta d'abeti rossi e di larici, mentre dall'altra,
dove il sole picchia dalla mattina alla sera, c'è
solo pascolo magro con chiazze di mughi e di rododendri.
Assieme ad una quindicina di persone sto percorrendo in
pulmino la strada sterrata per una visita organizzata
al comprensorio minerario di Monteneve, ora non più
in attività. Ecco lo slargo da cui si vede il primo
circo glaciale sconvolto dalle strutture che servivano
per il trasporto a valle del minerale di piombo. Salendo
ancora per circa 200 metri d'altitudine si arriva ad un
altro circo glaciale, dove la valletta finisce contro
una catena di cime tra loro poco differenziate. Qui non
c'è alcun segno di presenza umana, a parte una
stalla in muratura e le rovine di malga Posch, un tempo
adibita a rifugio.
Sono
passati quasi di quarant'anni da quando percorrevo questa
strada in testa o in coda a pattuglie di diversa consistenza
numerica. Eravamo accampati su un prato alla fine della
val Ridanna, poco distante dall'area dove si esercitavano
al tiro i molti militari allora di stanza a Vipiteno.
Venivamo nella valletta per prepararci ad un assalto di
compagnia in programma a metà campo estivo. Si
trattava di sbalzare per circa un chilometro in terreno
torboso ed acquitrinoso, fino ad arrivare ad un piccolo
nevaio alla fine della valletta, a circa 2.200 metri d'altitudine,
dove s'immaginava appostato il nemico. Si doveva prevedere
il passaggio sul campo minato in prossimità dell'obiettivo.
Il compito dei pionieri era di simulare con miccia detonante
l'azione della "Vipera Bofors", ossia fare esplodere
le ipotetiche mine antiuomo ed aprire un corridoio bonificato
sufficiente per il passaggio dei fucilieri. Ci si addestrava
ad un'improbabile guerra tra galantuomini, con il nemico
da una parte, i nostri dall'altra e le posizioni da conquistare
nel mezzo. Nessuno allora poteva prevedere le vette di
bestialità assoluta che avrebbe raggiunto, dopo
qualche decennio, la cosiddetta guerra asimmetrica.
Altitudine
a parte, l'assalto in quelle condizioni era particolarmente
faticoso perché bisognava correre per tratti di
circa cinquanta metri con addosso elmetto, FAL, pistola,
radio CPRC 26, ecc. per poi acquattarsi a terra dove capitava,
seguendo i tempi dei fucilieri. Se si trovava erba ed
acquitrino andava relativamente bene. Il brutto era quando
dovevamo buttarci a terra in mezzo ai sassi o ad una fanghiglia
di torba che sembrava impastata con l'inchiostro. Ricordo
ancora l'espressione della mia povera madre quando descriveva
il colore che l'acqua della vasca da bagno prendeva dopo
aver messo in ammollo la tuta mimetica.
Arrivò
così il giorno della manovra, un assalto notturno
di compagnia con munizioni vere. Per noi del 55° corso,
l'indomani sarebbe stato l'ultimo giorno di naja. Ritornavo
alla vita normale dopo 15 lunghi mesi: dovevo quindi avvertire
quell'euforia che solitamente precedeva la fine della
scuola o la partenza per una vacanza. In questo caso i
sentimenti erano più complessi perché, in
fondo, ci eravamo nonostante tutto assuefatti a questo
mondo così diverso dal nostro e che ci aveva cambiato
profondamente, soprattutto nel fisico. Anche se allora
sembrava del tutto improbabile, col tempo avremmo rimpianto
questo periodo di vita allo stato brado, né troppo
breve per non essere valutato a pieno, né troppo
lungo per diventare abitudine.
L'assalto
di compagnia aveva uno svolgimento piuttosto complesso
soprattutto per gli assaltatori. Ai pionieri, io ed il
fedele artificiere Romaggi, era affidato il consueto compito
di aprire passaggi nel campo minato, che questa volta
era stato immaginato alla partenza dell'assalto e non
in prossimità delle postazioni nemiche. Trasportati
sul posto con una Campagnola, dovevamo attrezzare due
varchi in zone segnate sulla mappa dell'esercitazione,
uno verso il punto più basso della valletta, l'altro
circa 150 metri più in alto, a sinistra dello schieramento
della compagnia. Erano le cinque del pomeriggio, piovigginava
e una fitta cortina di nuvole copriva le cime. A tratti,
si poteva vedere il nevaio dove stavano sistemando alcuni
bidoni con stracci imbevuti di nafta che, incendiati,
dovevano fare da bersaglio.
Romaggi,
che spesso s'imboscava nella polveriera di Telves,
aveva portato uno zainetto tattico colmo di saponette
di tritolo, una ventina di chili, da eliminare perché
scadute. Capii al volo cosa mi stava proponendo di fare.
L'idea non era male soprattutto in occasione dell'ultima
serata di nostra permanenza. "Bene – dissi
- così sentiranno i botti fino ad Innsbruck".
Stendemmo quindi la miccia detonante che, ad intervalli
regolari, circondava con alcune spire un mazzo di saponette.
Al momento dell'assalto, avremmo inserito il detonatore
con 30 secondi di miccia lenta nel mazzo più a
valle. Controllammo più volte i due surrogati di
vipera e segnalammo con una bomboletta di vernice bianca
l'imbocco dei corridoi.
Mancava
un paio d'ore all'inizio della manovra. Il cielo si stava
aprendo e quasi all'improvviso apparve a settentrione
una cima di roccia dolomitica diventata rosso carminio
alla luce del tramonto. Al comando delle operazioni, situato
in prossimità della stalla, stavano sistemando
un grosso faro da contraerea che avrebbe illuminato la
zona del nevaio, dando così un minimo di luce riflessa
allo scenario della manovra. Da un secondo zainetto Romaggi
estrasse qualche scatoletta e gallette della naja. Giuro
di non avere mai mangiato sardine migliori. Infine ci
separammo, io mi sarei occupato del varco superiore. Arrivarono
gli assaltatori che si erano già cuccati 700 metri
di dislivello e che occuparono posizioni arretrate rispetto
a noi. Due mitragliatrici MG furono piazzate in punti
dominanti alle ali dello schieramento.
Ormai
si era fatto buio e finalmente partì il razzo rosso
d'inizio delle operazioni. Sistemai il detonatore in uno
degli appositi fori delle saponette e con un fiammifero
antivento diedi fuoco alla miccia. Un rumoroso getto di
scintille indicò che il mezzo minuto iniziava da
quel momento. Contando i secondi in maniera regolamentare
(uno mille, due mille e così via), arretrai di
una decina di metri e con calma mi misi nella posizione
adatta a sopportare senza danno il passaggio dell'onda
d'urto. Lo scoppio d'inusuale potenza arrivò puntuale.
Ora bisognava alzarsi immediatamente e correre verso l'esplosione
in modo da proteggersi con l'elmetto dalla pioggia di
sassi.
Stavo
quindi attraversando di corsa il varco quando sulla mia
destra, a non più di 5 metri di distanza, vidi
la scia di due traccianti evidentemente sparati dall'MG
alle mie spalle. Due traccianti significa che passarono
da 6 a 14 proiettili, in grado ciascuno di fare secco
un uomo ad oltre un chilometro di distanza. Mi tuffai
immediatamente a terra e urlai al mitragliere di alzare
il tiro, non senza concludere la frase con un paio di
leggiadri epiteti. Dato che l'apertura del primo varco
era il segnale di aprite il fuoco, si era nel frattempo
scatenato l'inferno e pensai che difficilmente mi avevano
sentito. Comunque, vidi con sollievo che i traccianti
sparati dalla mitragliatrice si stavano dirigendo verso
i bersagli, passando ad una ragionevole altezza sopra
la mia testa.
Mi
alzai col cuore in gola e percorsi tutto il varco liberando
il passaggio agli assaltatori. Ora potevo prendere fiato,
ma mi resi conto solo allora di non aver sentito l'esplosione
dell'altro varco. Ormai l'azione si era spostata in avanti
ed il nostro compito era finito. Temendo il peggio scesi
per capire cos'era successo. Vidi Romaggi che mi veniva
incontro nell'oscurità. Mi fece la stessa domanda
che volevo rivolgergli. Il mistero fu presto chiarito:
entrambe le vipere erano esplose correttamente, ma per
un caso eccezionale lo avevano fatto nello stesso preciso
momento.
Assistemmo
rilassati alla pirotecnica fase finale dell'assalto che
si svolse in un crescendo di bengala, fumogeni, lampi
ed esplosioni di bombe a mano, colpi e raffiche di fucileria.
Dopo il segnale di fine manovra, affluimmo lentamente
verso il comando. Una brezza calda e profumata proveniente
dal basso aveva sgombrato la valletta dal fumo e dall’odore
acre della battaglia. "Aria di casa" disse ad
alta voce il mio compagno d'avventura. Il cielo, pieno
di stelle brillanti e con la Via Lattea in grand'evidenza,
illuminò perfettamente il cammino del rientro.
Il
mitragliere, un simpatico ragazzo di Bergamo con difficili
rapporti con la morosa, mi spiegò desolato che
quella raffica sghemba era stata provocata dal bipiede
della MG, scivolato al primo rinculo sulla roccia su cui
poggiava. Non era serata per le cazziate; ricordai solo
che sparare con l'MG non è come giocare con le
paperelle. Fu assolto con una pedata nel sedere. Il nostro
capitano saltellava come un grillo, raggiante per il buon
esito della manovra. Era un'ottima persona anche se non
aveva molta simpatia per gli ufficiali di complemento.
Dati i rischi di simili esercitazioni, un grosso motivo
di sollievo era dato dal fatto che tutti fossero tornati
interi e senza buchi fuori ordinanza addosso. Il capitano
improvvisò un breve discorso in presenza anche
di osservatori del Quarto Corpo d'Armata. Dopo aver salutato
gli ufficiali in partenza per Bolzano, mi chiamò
in disparte e, mettendomi una mano sulla spalla, disse:
"Biancardi, come cazzo hai fatto a far esplodere
le due vipere nello stesso istante". Fui preso alla
sprovvista perché pensavo che mi chiedesse del
"rinforzino", ma la risposta mi parve adeguata:
"Professionalità, signor capitano".
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