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Impressioni
di un addio
Fu
un brutto colpo! Di quelli che ti vien da dire: proprio
non ci voleva. Andando un po' indietro con la mente, ecco
la cronaca di quel giorno in cui, con grande dignità,
se ne andò un simbolo e un vessillo caro a tanti bellunesi
alpini.
La giornata fatale è venerdì 10 gennaio 1997, cielo grigio
sulla piazza dei Martiri, il centro della città di Belluno.
Mi trovo per lavoro in un ufficio poco lontano, ho davanti
a me lo schermo di un computer pieno di cifre e di sigle
sempre più complicate, ma è il progresso che avanza. Verso
mezza mattinata sento l'eco di una voce da un'altoparlante,
cominciano le operazioni: Brigata Cadore, per l'ultima
volta oggi esprime il saluto alla città e a tutti, è il
commiato al termine di una lunga esistenza.
Trascorrono alcuni minuti e nell'ufficio mi giunge un'eco
più forte, stavolta sono i tamburi in testa alla fanfara
della Cadore. Il suono è lontano ma va aumentando, è un
battito potente, tum-un passo, tum-un passo, la fanfara
in testa a guidare lo sfilamento e dietro gli alpini,
ufficiali e soldati, "bocia" in armi compatti, giovani
penne nere, facce pulite dei vent'anni, divise nuove sui
baldi e forti petti, tengono il passo decisi, anche un
po' attoniti per tutti quegli applausi rivolti a loro.
Mi sento estraniato, lo schermo del computer è come scomparso
davanti agli occhi, nella mente una valanga di ricordi
e immagini, quasi tutte dello stesso colore, il verde:
quello delle divise, del cappello con la penna, il simbolo
sacro degli alpini e della loro storia, il verde incontrato
durante il campo estivo, il verde dei boschi di montagna,
degli imponenti pini di queste vallate.
E poi il bianco delle maestose cime innevate che contornano
il Cadore e il Bellunese, il bianco della neve, che ogni
alpino ha calpestato. Ricordi fulminei, di naia, di giuramento,
di disciplina, ma anche ricordi belli di giovanile entusiasmo,
di slanci, di impegno, di sole e vita all'aria aperta
(la licenza): le durezze e le difficoltà scompaiono filtrate
di nostalgia. Immagini solari, limpide, cristalline: come
il cuore alpino. Niente mi può ancora trattenere, passato
qualche minuto esco sulla piazza.
Si presenta uno spettacolo comunque raro a vedersi: davanti
alla tribuna dei generali e delle autorità, è schierata
in perfetto ordine una moltitudine di penne nere, in armi
e in congedo, presenti i gagliardetti di tutti i gruppi.
Molti sguardi tesi, occhi leggermente velati anche tra
il folto pubblico, tanti vogliono immortalare questi momenti
con foto e riprese. Si rendono gli onori, sfila il gonfalone
della città di Belluno, è deposta una corona sul monumento
ai caduti. Poi ci sono i discorsi e la commozione si fa
più evidente; per ultimo parla il capo di stato maggiore,
il numero uno dell'esercito ma dà l'impressione di qualcuno
che sta troppo in alto: il generale non porta il cappello
alpino, forse neanche idealmente; parla delle "genti del
Cadore" ma non è un discorso forte abbastanza, come richiederebbe
l'occasione. La fanfara della Cadore suona l'inno di Mameli
e, che sorpresa, dal fondo della piazza sento cantare
"Fratelli d'Italia" dagli alpini in armi, per una volta
come si conviene, con voce chiara e distinta. L'Inno d'Italia
finalmente e degnamente cantato!
Si risveglia un ricordo dei primi anni di scuola, il maestro
che ci insegnava a cantare in coro questo inno, ma quel
nostro era un maestro vero, una persona saggia e come
poi scoprii un ottimo alpino. Lo schieramento alla fine
lascia lentamente la piazza, marciando in ordine come
all'arrivo, per ultimi i reparti in armi. Tutti si muovono
al passo, scandito dal "Trentatre" (Valore alpino) e mai
note sono state più suggestive e commoventi. Brigata Cadore,
è giunta l'ora: per l'ultima volta, tra gli applausi,
lascia piazza dei Martiri e sfila lungo la via, la fanfara
in testa e tre grossi plotoni che seguono, ben inquadrati.
Vedendoli passare non si può rimanere insensibili. L'aquila
dorata spicca sul cappello degli ufficiali che marciano
davanti ad alpini seri e concentrati sul passo, non senza
un pizzico di orgoglio. Per chi guarda invece i pensieri
vanno in altre direzioni: le suggestioni del momento,
il ricordo ancora, il dispiacere di sapersi privati di
ciò che rappresenta un cuore pulsante della tradizione
alpina e bellunese.
A Roma è stato così deciso. Un qualche genio militare
si è cinto la testa e, spremendosi le meningi ha progettato
un "nuovo modello di difesa" che prevede, tra l'altro,
l'inevitabile soppressione della Brigata Cadore. Motivo
più probabile i costi, ma ci sono mille esempi di come,
nella città dei sette colli riescano a ridurre i costi
e poi per mezza lira sparagnata ne sprecano tre. Come
sarà possibile creare un nuovo modello di difesa efficiente,
forte, motivato e possibilmente gratuito? In futuro la
difesa avrà brigate di corazzati o di corazzieri (naturalmente
con elmo e corazza)?
Vogliamo ricordare la Cadore sempre pronta negli istituzionali
compiti militari come nell'intervento a fianco delle genti
colpite dalla catastrofe, con la storia testimone di tante
occasioni di chiamata all'appello in patria e all'estero.
Presenza forte e riservata, senza protagonismi, presidio
militare delle valli bellunesi, esempio di integrità,
vero e proprio baluardo morale che nulla ha da spartire
con le moderne teorie dei colpi di spugna e del finto
buonismo, contraltare di questi tempi moderni.
Un evviva per tutti gli alpini.
Luca De Paris - 118 corso AUC (SMALP) Sten al Btg Feltre
(Br. Cadore)
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