|
SERVIZIO
MILITARE
BOCCONIANO
PENNA NERA
Nella
caserma degli alpini Cesare Battisti di Aosta la sveglia
suona tutte le mattine all 5 e 40 precise, con 50 minuti
di anticipo sul già austero orario osservato nelle altre
caserme italiane. Pochi minuti dopo, 300 ragazzi in tuta
azzurra, con qualunque condizione atmosferica, scattano
di corsa per l'adunata ( c'é una precisa regola che impedisce
di attraversare il vasto cortile bianco al passo ) al
centro della caserma: li aspettano 20 minuti tirati di
ginnastica sotto la guida di un capitano, veterano della
campagne Nato di Svezia e Norvegia, guida alpina e maestro
di sci. E' lo stesso ufficiale famoso per aver punito,
una mattina di due anni fa, uno dei 300 con questa originale
motivazione: "Faccia triste in adunata". Poi ci sono altri
20 minuti di corsa, con il capitano in testa che emula
Alberto Cova e Stefano Mei, nei boschi intorno alla caserma.
Seguono doccia, colazione e, alle otto, l'alzabandiera
con l'inno di Mameli sparato a tutto volume dagli altoparlanti.
I 300 vengono arringati, incitati a resistere, a non mollare.
La frase con cui sempre il capitano conclude é sempre
questa: "E ricordatevi che siete nella scuola militare
più dura di tutta Europa". A iniziare così la giornata
non sono, tuttavia, come sembrerebbe a prima vista, i
Rambo di uno dei corpi speciali dell'esercito italiano.
Sono, invece, gli allievi ufficiali di complemento degli
alpini, conosciuti meglio con la sigla di AUC: quasi tutti
laureati o laureandi, quasi tutti secchioni usciti con
un buon voto dalla Bocconi o da ingegneria, molti figli
di papà, qualche nome illustre. Insomma, quelli che i
vecchi alpini una volta chiamavano "le signorinette" e
che, magari, il servizio militare fino a poco tempo fa
cercavano di dribblare.
Oggi, invece, sono tutti lì: "A
farsi fare un mazzo così; lo assicuro io", spiega il generale
Enrico Borgenni, comandante dell'ormai mitica Scuola Militare
alpina di Aosta. La sua colorita espressione é giustificata:
i futuri sottotenenti di complemento sono un'élite intellettuale
e atletica che rappresenta l'altra faccia del fenomeno
servizio militare. Per fuggire alle casermone del Friuli,
dove la naia porta spesso un senso di frustrazione e inutilità,
quando non ai tragici casi di suicidio o di morti per
incidente, i bocconiani, i laureati da 110 e lode oggi
sognano Aosta. Naturalmente la selezione per entrare nel
corso é dura. E anche tra i prescelti non tutti reggono
un tale sforzo fisico e lo stile di vita.
Nei cinque mesi
di corso ("Partendo da zero ne facciamo dei veri ufficiali.
E' un'impresa fantastica", dice il generale Borgenni),
gli AUC vanno a scuola per otto ore al giorno e affrontano
un esamino una volta alla settimana. Le materie principali
sono topografia, armi, dottrina tattico-logistica, guerra
nucleare, biologica e chimica, con utilizzo di metodi
didattici moderni come il computer. Ma oltre allo studio
ci sono massacranti turni di guardia, esercitazioni sui
ghiacciai delle montagne vicine, addestramenti notturni
nei poligoni d'alta montagna, interminabili contrappelli
fino a tarda notte, quando un pignolissimo ufficiale di
carriera passa in rassegna i 300, uno per uno, alla difficile
ricerca di qualche cosa che non va nella branda o nella
divisa.
Ogni poco, come in una gara agonistica a tappe,
si aggiorna la classifica di merito in base alle diverse
attività: chi non eccelle in topometria o, per esempio,
nel salto in alto, scende in posizione. E' la scrematura
degli allievi, divisi in due corsi di circa 140-150 unità
ciascuno, avviene settimana dopo settimana. "Quando li
mando via, é sempre un momento terribile. Vengo anch'io
dagli ufficiali di complemento", dice il generale Borgenni,
"e so quante aspettative ci sono all'inizio e che delusione
é". Ma alla fine, inesorabilmente, ne rimangono solo 110.
"Fra un mese ho finito. Mi aspetta un posto nello studio
dell'agente di cambio Alberto Pirovano, in Piazza degli
Affari", racconta Fabio Deotto, 26 anni, milanese, accento
della buona famiglia meneghina, 110 e lode al duro Des
della Bocconi. "Ma questa", aggiunge, "é stata un'esperienza
magnifica, che mi rimarrà anche nella city. Qui si impara
a soffrire, ma anche a comandare". Ufficiali e gentiluomini,
insomma. Ma che cosa ha di tanto speciale questa scuola?
"C'é l'aspetto sportivo. I ragazzi diventano protagonisti
di imprese eccezionali", inizia a spiegare il colonnello
Italo Bonvicini, 46 anni, uscito dall'Accademia di Modena,
istruttore scelto di sci e roccia, elicotterista, 21 mesi
di guerra vera in Libano nelle forze dell'Onu. Per gli
allievi ufficiali é come il Dio in terra: é responsabile
dei corsi AUC, un duro capace di seminare in montagna
qualsiasi ventenne. E racconta l'ultimo exploit, compiuto
una settimana fa. Un reparto AUC, 130 uomini, é partito
a mezzanotte dalla caserma marciando, con uno zaino di
trenta chili in spalle e il fucile. Destinazione il monte
Emilius, alto 3.559 metri. Hanno raggiunto la vetta e
sono tornati indietro in tempo per il rancio delle 19,
superando non stop un dislivello totale di 6 mila metri.
"E' stata dura. Ma alla fine la soddisfazione é stata
enorme", dice orgoglioso Carlo Caldonazzo, 25 anni, bresciano,
fresco di laurea alla Bocconi di Milano. Se questa é stata
l'impresa straordinaria che ha sbalordito anche le guide
alpine valdostane, la vita normale alla West Point alpina
comprende, oltre alle marce più brevi ma veloci, le escursioni
sul Monte Bianco o sul Gran Paradiso, scuola di roccia,
esercitazioni con i mortai e le mitragliatrici. "Li prepariamo
alla guerriglia, più che alla guerra", commenta il colonnello
Bonvicini. Fatto sta che i tiratardi di Aosta, al rientro
a casa dopo il ristorante, si prendono terribili spaventi
quando vedono le pattuglie di soldati in tuta mimetica
che, con la faccia dipinta di nero e fucile spianato,
simulano per le strade della città (teoricamente occupata
dal nemico) un assalto notturno in piena regola. Forse,
però, non sospettano che tra quegli scalmanati ci sono
Matteo Franchi, 25 anni, di Brescia, laurea alla Bocconi,
o Giorgio Rossi, 27 anni, ingegnere civile di Milano,
o Enrico Ripa di Meana, 22 anni, nipote dell'eurodeputato
socialista, o Giuseppe Campregher, ingegnere elettronico
di Trento. Tutti dediti, fino a qualche mese prima, solo
allo studio e ai libri.
Alla Scuola Militare alpina di
Aosta, fondata nel 1934, arrivano ogni anno anche gli
allievi ufficiali dell'accademia di Modena. Con la loro
elegante divisa ottocentesca, con il passo morbido, varcano
la soglia della Cesare Battisti per la tradizionale campagna
estiva tattica e di addestramento sul terreno. "Arrivano
qui grassottelli, pallidi pallidi, qualche volta un po'
troppo consapevoli del bel mantello che indossano", commentano
gli ex secchioni della Bocconi, "e noi li facciamo morire.
Quando andiamo a correre o ad arrampicarci in montagna
li distruggiamo. E pensare che sono futuri ufficiali di
carriera".
Ma cosa spinge questi ragazzi, che dopo quindici
mesi rientrano nella vita civile e diventano manager o
businessman, a sottoporsi a questa prova? Forse la possibilità
di un maggior contatto con la natura, il gusto di sfidare
se stessi. Il prestigio dato dall'aver frequentato la
scuola più dura d'Europa. "Dato che il militare bisogna
farlo ", spiega Caldonazzo, "meglio farlo in modo intelligente,
anche se faticoso". E, in più, c'é anche l'aspetto economico.
Diventando finalmente sottotenenti, i bocconiani in divisa
ricevono il primo stipendio della loro carriera: un milione
al mese. Questo vale per tutti i corpi e non solo per
gli alpini. E così quest'anno a Roma, da dove si organizza
la selezione, per i 1.500 posti di AUC messi a disposizione
dai diversi corpi dell'esercito le domande di ammissione
sono state più di 20.000.
Riccardo
Orizio
|