54° A.U.C.

 

Cronaca da un ex-Allievo

 

Son passati 40 anni da quando arrivò quella che si chiamava la "cartolina" con l'ordine di presentarsi alla scuola militare di AOSTA. Salutati gli amici e messo qualcosa in borsa (non portare nulla tanto ti vestono loro).

Con il bus del mattino carico di amici che andavano a scuola, partenza verso Udine.In treno poi per Milano Torino e a Chivasso per Aosta.Per me che provenivo dalla profonda provincia orientale era una grossa avventura Scesi dal treno, un gruppo di "veci " ci accalappiava come le mosche tanto eravamo riconoscibili, non ci chiedevano neanche il nome.

Caricati sui camion e tradotti alla caserma Cesare Battisti. Assegnata la branda, prime presentazioni tra colleghi di camerata e poi riposo. Giorni successivi: vestizione e corsa successiva, almeno per me, all'acquisto di biancheria nel grande magazzino di Aosta, visto che la dotazione militare di boxer non era proprio il massimo.

Momento di emozione: la consegna dell'arma (Fucile Garand), fedele compagna per i prossimi sei mesi; di Lei conoscevi tutto e se non fosse per le rastrelliere l'avresti portata anche a letto. Prima guardia armata nella costruzione dove c'era il percorso di guerra e le aule. Se non ci fosse stato il sergente avremmo sparato anche alle mosche.

15 gennaio, inizio Corso. Ad Aosta c'era la neve. Per prima cosa ci fecero innamorare della disciplina, innamoramento che con il giuramento, due mesi dopo, si tramutò in matrimonio. Giuramento eseguito per la prima volta partendo in ordine sparso dai bordi della piazza e schieramento al centro piazza con cadute terrificanti.

Tale matrimonio è durato tutta la vita e continua ancora. Un esempio: alla sera c'era l'ordine di ammucchiare la neve della piazza d'armi in piccoli mucchietti, per poi ri-allargarla alla mattina. Tutti posero la domanda "perché ?", la risposta fu "perché di notte non c'è il sole e non si scioglie".

Inizia la lotteria per la libera uscita. Non usciva mai il tuo numero, o mancava il pettine o le scarpe erano sporche, o il bottone mal applicato, o la divisa stropicciata, o non avevi il fazzoletto regolamentare; all'inizio non uscivi mai.

La prima battaglia fu con i bottoni, causa principale dell'eliminazione dal gruppo degli aspiranti alla libera uscita. In quei momenti il pensiero correva alla cara mamma che con le sue mani sante in pochi secondi ti avrebbe sistemato la divisa. Il dramma continuò fino a quando uno, poi arricchitosi vendendo filo di ferro, ci insegnò ad attaccare i bottoni, che non caddero più.

Prime lezioni: preparazione dello zaino. A parte la quantità di cose che dovevi metterci dentro per un peso complessivo di 30 Kg, che veniva controllato prima di ogni marcia, non doveva esserci nessuna cinghietta svolazzante, ma tutte belle arrotolate, esteticamente perfette. Una abitudine che mi è rimasta fino a quando ho potuto andare sui monti con lo zaino. Ora restano solo i ricordi.

Prime uscite nella piana di Pollein per imparare a sbalzare. I "veci" del 53° ci dicevano "ragazzi attenti alle torte", che bello ci portano in pasticceria. Ce ne accorgemmo quando il sergente dava l'ordine "A terra !", sembrava le avesse seminate lui e messe sulla piantina con il GPS, non la mandria di mucche che aveva pascolato in quei prati.

La solidarietà non è mai mancata, anche quando dal centro della compagnia, schierata sul percorso di guerra per il "rompete le righe" si erge una solenne pernacchia all'indirizzo del tenente che ci costò 3 giri gratis del percorso prima di cena. Allo sventurato poi in camerata fu cucita la bocca.

Il corso proseguì con una serie infinita di attività, marce diurne e notturne e tiri al poligono con tutte le armi. Il nostro capitano Zuzzi era sempre alla testa della compagnia in ogni occasione.

In sei mesi una sola licenza, tre giorni di viaggio e due a casa, dove dormivi per almeno 24 ore per recuperare energie. Ero talmente stanco che dormivo dappertutto, difatti non ricordo il tragitto Aosta-Udine in quanto ho dormito per tutto il tratto. Si dormiva durante le pause delle marce sui prati, allo spaccio in quanto in camera al contrappello dovevi essere fuori dal letto con il cubo perfetto.

Le rare volte che riuscivi ad andare in libera uscita la meta d'obbligo era la bettola di Papà Marcel, dove ci sembrava di essere a casa. In pratica era una succursale della caserma ma senza obblighi e doveri. Si respirava un'altra aria e, soprattutto, si beveva un buon bicchiere di grappa.

Dopo una colossale sbronza ho odiato la grappa per anni, anche perché l'indomani marcia di sei ore con relativo "tirar l'ala". In quella marcia ho visto effettivamente il camoscio con le gambe destre corte che camminava in senso orario sulle curve di livello, ma sono rientrato con le mie gambe in caserma.

Stringere i denti e andare avanti era l'imperativo che anche ora, con la salute non più buona, mi permette di essere ancora qui.

Finalmente all'arrivo del 55° corso diventammo "veci" anche noi. Passa il tempo, e alla fine arriva l'esercitazione a La Thuille a chiusura del corso. Sbalzare in salita con la "Breda" con il caricatore a tavoletta continuamente inceppato, non era uno scherzo, ma c'era la salute e la volontà. Marcia notturna di rientro tragica, 8 ore con lontano il rumore delle valanghe del "Ruitor". Al "rompete le righe" nel cortile della caserma eravamo distrutti ma diventati grandi. Esami ed assegnazione ai reparti.

Ho pianto quando ho saputo che la Scuola era stata chiusa e che nessun altro ragazzo avrebbe potuto più fare quella esperienza. Fino a quando la salute me lo ha permesso, ogni passo in montagna era un ricordo di quei giorni e quando vedevo i villeggianti in maglietta e scarpe sportive con lo zaino vuoto sui nevai pregavo tra me "Signore delle Cime, non prendere anche loro, aiutali ...non hanno frequentato la SMALP".

Grazie, Scuola

 

Roberto Tosone - 54° A.U.C.