55° A.U.C.

 

Assalto di compagnia

 

La strada forestale che da Masseria porta a malga Posch sale con pendenza regolare sul versante rivolto a nord della valle Lazzago. Da questa parte si è insediata una bella foresta d'abeti rossi e di larici, mentre dall'altra, dove il sole picchia dalla mattina alla sera, c'è solo pascolo magro con chiazze di mughi e di rododendri. Assieme ad una quindicina di persone sto percorrendo in pulmino la strada sterrata per una visita organizzata al comprensorio minerario di Monteneve, ora non più in attività. Ecco lo slargo da cui si vede il primo circo glaciale sconvolto dalle strutture che servivano per il trasporto a valle del minerale di piombo. Salendo ancora per circa 200 metri d'altitudine si arriva ad un altro circo glaciale, dove la valletta finisce contro una catena di cime tra loro poco differenziate. Qui non c'è alcun segno di presenza umana, a parte una stalla in muratura e le rovine di malga Posch, un tempo adibita a rifugio.

Sono passati quasi di quarant'anni da quando percorrevo questa strada in testa o in coda a pattuglie di diversa consistenza numerica. Eravamo accampati su un prato alla fine della val Ridanna, poco distante dall'area dove si esercitavano al tiro i molti militari allora di stanza a Vipiteno. Venivamo nella valletta per prepararci ad un assalto di compagnia in programma a metà campo estivo. Si trattava di sbalzare per circa un chilometro in terreno torboso ed acquitrinoso, fino ad arrivare ad un piccolo nevaio alla fine della valletta, a circa 2.200 metri d'altitudine, dove s'immaginava appostato il nemico. Si doveva prevedere il passaggio sul campo minato in prossimità dell'obiettivo. Il compito dei pionieri era di simulare con miccia detonante l'azione della "Vipera Bofors", ossia fare esplodere le ipotetiche mine antiuomo ed aprire un corridoio bonificato sufficiente per il passaggio dei fucilieri. Ci si addestrava ad un'improbabile guerra tra galantuomini, con il nemico da una parte, i nostri dall'altra e le posizioni da conquistare nel mezzo. Nessuno allora poteva prevedere le vette di bestialità assoluta che avrebbe raggiunto, dopo qualche decennio, la cosiddetta guerra asimmetrica.

Altitudine a parte, l'assalto in quelle condizioni era particolarmente faticoso perché bisognava correre per tratti di circa cinquanta metri con addosso elmetto, FAL, pistola, radio CPRC 26, ecc. per poi acquattarsi a terra dove capitava, seguendo i tempi dei fucilieri. Se si trovava erba ed acquitrino andava relativamente bene. Il brutto era quando dovevamo buttarci a terra in mezzo ai sassi o ad una fanghiglia di torba che sembrava impastata con l'inchiostro. Ricordo ancora l'espressione della mia povera madre quando descriveva il colore che l'acqua della vasca da bagno prendeva dopo aver messo in ammollo la tuta mimetica.

Arrivò così il giorno della manovra, un assalto notturno di compagnia con munizioni vere. Per noi del 55° corso, l'indomani sarebbe stato l'ultimo giorno di naja. Ritornavo alla vita normale dopo 15 lunghi mesi: dovevo quindi avvertire quell'euforia che solitamente precedeva la fine della scuola o la partenza per una vacanza. In questo caso i sentimenti erano più complessi perché, in fondo, ci eravamo nonostante tutto assuefatti a questo mondo così diverso dal nostro e che ci aveva cambiato profondamente, soprattutto nel fisico. Anche se allora sembrava del tutto improbabile, col tempo avremmo rimpianto questo periodo di vita allo stato brado, né troppo breve per non essere valutato a pieno, né troppo lungo per diventare abitudine.

L'assalto di compagnia aveva uno svolgimento piuttosto complesso soprattutto per gli assaltatori. Ai pionieri, io ed il fedele artificiere Romaggi, era affidato il consueto compito di aprire passaggi nel campo minato, che questa volta era stato immaginato alla partenza dell'assalto e non in prossimità delle postazioni nemiche. Trasportati sul posto con una Campagnola, dovevamo attrezzare due varchi in zone segnate sulla mappa dell'esercitazione, uno verso il punto più basso della valletta, l'altro circa 150 metri più in alto, a sinistra dello schieramento della compagnia. Erano le cinque del pomeriggio, piovigginava e una fitta cortina di nuvole copriva le cime. A tratti, si poteva vedere il nevaio dove stavano sistemando alcuni bidoni con stracci imbevuti di nafta che, incendiati, dovevano fare da bersaglio.

Romaggi, che spesso s'imboscava nella polveriera di Telves, aveva portato uno zainetto tattico colmo di saponette di tritolo, una ventina di chili, da eliminare perché scadute. Capii al volo cosa mi stava proponendo di fare. L'idea non era male soprattutto in occasione dell'ultima serata di nostra permanenza. "Bene – dissi - così sentiranno i botti fino ad Innsbruck". Stendemmo quindi la miccia detonante che, ad intervalli regolari, circondava con alcune spire un mazzo di saponette. Al momento dell'assalto, avremmo inserito il detonatore con 30 secondi di miccia lenta nel mazzo più a valle. Controllammo più volte i due surrogati di vipera e segnalammo con una bomboletta di vernice bianca l'imbocco dei corridoi.

Mancava un paio d'ore all'inizio della manovra. Il cielo si stava aprendo e quasi all'improvviso apparve a settentrione una cima di roccia dolomitica diventata rosso carminio alla luce del tramonto. Al comando delle operazioni, situato in prossimità della stalla, stavano sistemando un grosso faro da contraerea che avrebbe illuminato la zona del nevaio, dando così un minimo di luce riflessa allo scenario della manovra. Da un secondo zainetto Romaggi estrasse qualche scatoletta e gallette della naja. Giuro di non avere mai mangiato sardine migliori. Infine ci separammo, io mi sarei occupato del varco superiore. Arrivarono gli assaltatori che si erano già cuccati 700 metri di dislivello e che occuparono posizioni arretrate rispetto a noi. Due mitragliatrici MG furono piazzate in punti dominanti alle ali dello schieramento. .

Ormai si era fatto buio e finalmente partì il razzo rosso d'inizio delle operazioni. Sistemai il detonatore in uno degli appositi fori delle saponette e con un fiammifero antivento diedi fuoco alla miccia. Un rumoroso getto di scintille indicò che il mezzo minuto iniziava da quel momento. Contando i secondi in maniera regolamentare (uno mille, due mille e così via), arretrai di una decina di metri e con calma mi misi nella posizione adatta a sopportare senza danno il passaggio dell'onda d'urto. Lo scoppio d'inusuale potenza arrivò puntuale. Ora bisognava alzarsi immediatamente e correre verso l'esplosione in modo da proteggersi con l'elmetto dalla pioggia di sassi.

Stavo quindi attraversando di corsa il varco quando sulla mia destra, a non più di 5 metri di distanza, vidi la scia di due traccianti evidentemente sparati dall'MG alle mie spalle. Due traccianti significa che passarono da 6 a 14 proiettili, in grado ciascuno di fare secco un uomo ad oltre un chilometro di distanza. Mi tuffai immediatamente a terra e urlai al mitragliere di alzare il tiro, non senza concludere la frase con un paio di leggiadri epiteti. Dato che l'apertura del primo varco era il segnale di aprite il fuoco, si era nel frattempo scatenato l'inferno e pensai che difficilmente mi avevano sentito. Comunque, vidi con sollievo che i traccianti sparati dalla mitragliatrice si stavano dirigendo verso i bersagli, passando ad una ragionevole altezza sopra la mia testa.

Mi alzai col cuore in gola e percorsi tutto il varco liberando il passaggio agli assaltatori. Ora potevo prendere fiato, ma mi resi conto solo allora di non aver sentito l'esplosione dell'altro varco. Ormai l'azione si era spostata in avanti ed il nostro compito era finito. Temendo il peggio scesi per capire cos'era successo. Vidi Romaggi che mi veniva incontro nell'oscurità. Mi fece la stessa domanda che volevo rivolgergli. Il mistero fu presto chiarito: entrambe le vipere erano esplose correttamente, ma per un caso eccezionale lo avevano fatto nello stesso preciso momento.

Assistemmo rilassati alla pirotecnica fase finale dell'assalto che si svolse in un crescendo di bengala, fumogeni, lampi ed esplosioni di bombe a mano, colpi e raffiche di fucileria. Dopo il segnale di fine manovra, affluimmo lentamente verso il comando. Una brezza calda e profumata proveniente dal basso aveva sgombrato la valletta dal fumo e dall’odore acre della battaglia. "Aria di casa" disse ad alta voce il mio compagno d'avventura. Il cielo, pieno di stelle brillanti e con la Via Lattea in grand'evidenza, illuminò perfettamente il cammino del rientro.

Il mitragliere, un simpatico ragazzo di Bergamo con difficili rapporti con la morosa, mi spiegò desolato che quella raffica sghemba era stata provocata dal bipiede della MG, scivolato al primo rinculo sulla roccia su cui poggiava. Non era serata per le cazziate; ricordai solo che sparare con l'MG non è come giocare con le paperelle. Fu assolto con una pedata nel sedere. Il nostro capitano saltellava come un grillo, raggiante per il buon esito della manovra. Era un'ottima persona anche se non aveva molta simpatia per gli ufficiali di complemento. Dati i rischi di simili esercitazioni, un grosso motivo di sollievo era dato dal fatto che tutti fossero tornati interi e senza buchi fuori ordinanza addosso. Il capitano improvvisò un breve discorso in presenza anche di osservatori del Quarto Corpo d'Armata. Dopo aver salutato gli ufficiali in partenza per Bolzano, mi chiamò in disparte e, mettendomi una mano sulla spalla, disse: "Biancardi, come cazzo hai fatto a far esplodere le due vipere nello stesso istante". Fui preso alla sprovvista perché pensavo che mi chiedesse del "rinforzino", ma la risposta mi parve adeguata: "Professionalità, signor capitano".

 

Enrico Biancardi - 55° A.U.C.